Anna della pioggia, l’ultimo capolavoro di Murgia
Cari gentili lettori,
Ho letto Anna della pioggia, di Michela Murgia. Un libro dal sapore di rose e tulipani, racconti intessuti nella seta. L’ultima raccolta di un’artista dalla lettera maiuscola.
Lo ammetto, è il suo primo romanzo che leggo, anche se me ne vergogno tremendamente, perché non solo ho adorato il suo stile, ma anche le trame dei racconti.
Vediamo più nello specifico qualche informazione:

Pagine: 288
Editore: Einaudi
Costo: 19.50€
Trama: Anna della pioggia di Michela Murgia è una raccolta di racconti inediti che esplorano temi come l’identità, il potere femminile, la memoria e la resistenza attraverso la figura di Anna, una donna che corre solo quando piove per fuggire da angosce interiori, riflettendo sulla vita tramite oggetti quotidiani. La trama si snoda tra storie di donne forti (da Elena di Troia a Beatrice Cenci), esperienze personali dell’autrice (Sardegna, lavoro, malattia) e contesti eterogenei, creando un’opera che unisce fantasia, critica sociale e il bisogno di narrazioni molteplici per comprendere il mondo.
Anna della pioggia è il classico libro da cui non riesci a staccarti. Dici solo un altro racconto, solo un altro capitolo… e poi finisci che arrivi alle due di notte e ancora sei sveglia. Michela Murgia ha la capacità di parlare di donne e uomini come se li conoscessimo da sempre.
Michela Murgia, chi è, che cosa ha fatto
Michela Murgia è una scrittrice e saggista italiana, nata nel 1972 a Cabras, in Sardegna. La sua produzione letteraria e il suo impegno culturale si caratterizzano per una forte attenzione alle tematiche sociali e alle dinamiche di potere, in particolare quelle legate al ruolo delle donne nella società contemporanea. Con uno stile diretto e coinvolgente, Murgia si distingue per la sua capacità di affrontare argomenti complessi con una scrittura incisiva, che spesso sfida le convenzioni e stimola la riflessione critica.
Michela Murgia ha esordito nel mondo della letteratura con il romanzo “Il mondo deve sapere” (2006), un’opera che affronta la tematica del precariato e del lavoro nel sistema dei call center, mettendo in luce le ingiustizie e le difficoltà quotidiane di chi lavora in condizioni precarie. Il romanzo ha riscosso un ampio consenso di pubblico e critica, stabilendo Murgia come una delle voci più originali della narrativa italiana contemporanea.
Il suo romanzo più famoso, “Accabadora” (2009), le ha valso il premio Campiello e una grande popolarità. Ambientato nella Sardegna degli anni ’50, il libro racconta la storia di una giovane ragazza, Maria, e del suo rapporto con la misteriosa figura dell’accabadora, una donna che, secondo le tradizioni locali, aiuta a “chiudere” la vita dei malati terminali. In Accabadora, Murgia esplora temi come la morte, la maternità e la società tradizionale sarda, utilizzando una scrittura che fonde il realismo e il simbolismo, traendo ispirazione dalla tradizione orale sarda.
Anna della pioggia
La serie dei racconti inizia proprio con Anna della pioggia, da cui poi viene il nome del romanzo.
Anna va a correre sotto la pioggia. La sua abitudine inizia in una giornata apparentemente innocua, quando scoppia a piovere all’improvviso e lei è ferma a una stazione dell’autobus, lascia a terra la busta della spesa e il signore che sta vicino a lei e inizia a correre sotto l’acqua.

Mentre corre la sua storia ci viene raccontata con la semplicità delle cose quotidiane. La particolarità sta nel linguaggio che la Murgia utilizza e che si manifesta nella sua bravura nel raccontare di lavastoviglie e problemi che si mischiano nell’ordinario delle cose.
Anna della pioggia è una donna fragile e la Murgia non perde occasione di esplorare, anche in questo racconto, la condizione delle donne in una società che spesso le riduce a ruoli secondari o le costringe in certi schemi. Anna, pur nella sua solitudine e fatica, è un personaggio che cerca di resistere. Un personaggio complicato ma ordinario.
Lo stile della scrittrice è asciutto, diretto, ma al tempo stesso carico di tensione emotiva. Non c’è mai una parola di troppo, ogni frase sembra calibrata per comunicare un profondo senso di disagio e di riflessione esistenziale. La pioggia diventa così un elemento che non solo fa da sfondo, ma è quasi un personaggio in sé, che interagisce con la protagonista e con la sua visione del mondo.
Il portiere
Negli altri racconti esploriamo le varie vicissitudini della vita quotidiana, come quella del portiere che lavora di notte e che «ascolta ma non parla mai». con Michela avviene il contrario, lui parla e lei ascolta. Cerca di dare voce anche a chi non ce l’ha. Il portiere le racconta che tutti hanno qualcosa da dire, che spesso riceve mance solo per aver ascoltato.
Il portiere rappresenta una sorta di confine tra il mondo esterno e quello interno, tra la vita “normale” che scorre fuori e quella più intima della protagonista. La sua funzione fisica nel racconto (che è quella di portiere di un edificio) è un po’ quella di una figura che osserva il mondo, ma non è mai del tutto coinvolta. Egli è un “guardiano” che non solo svolge il suo compito pratico, ma è anche un osservatore passivo di ciò che succede intorno a lui.

Il portiere, pur non essendo centrale nella trama, ha un rapporto importante con Anna. La sua figura è un contrappunto alla protagonista. Mentre Anna è sola, immersa nei suoi pensieri e nel suo mondo interiore, il portiere rappresenta una figura che sembra essere più radicata nella quotidianità e che svolge il suo ruolo in modo meccanico. In un certo senso, il portiere potrebbe essere visto come un simbolo della routine e della monotonia, ma anche di una vita che si svolge, anche se in maniera distaccata, nel contesto più ampio del mondo. La sua presenza mette in evidenza la solitudine di Anna, che vive in un mondo dove le persone sembrano, per quanto presenti, essere distanti o incapaci di comprendere veramente il suo vissuto.
Nel rapporto tra Anna e il portiere possiamo anche vedere un elemento di specchio. Entrambi, in modo diverso, sono solitari, ma mentre la protagonista è coinvolta in una lotta interiore per comprendere la sua posizione nel mondo, il portiere è una figura passiva, forse anche un po’ indifferente alla sua stessa esistenza. Il contrasto tra i due personaggi rende ancora più evidente la dimensione interiore e solitaria di Anna.
Del rosso e del nero
«Quando da bambini mettemmo per la prima volta i piedi nudi sugli acini rotondi fu una vera frenesia. Ricordo ancora ciascun frutto che si spaccava come un’oliva confettata sotto il peso dei nostri calcagni lisci e delle dita strette. L’odore del succo che sprizzava dagli acini saliva acre verso il cielo.»
È questo il settimo racconto della serie che ci viene presentato. La protagonista racconta com’era spremere l’uva e ci mescola passato e presente in un gioco di contrasti interessante.
«Io cerco nel profumo l’aroma e la cultura, dal colore ricco stimo il gusto e la storia e in ogni sorso chiamo sottovoce il retrogusto della memoria.»
Questo spremere ricorrente che sembra un volere dalla vita più di quanto può darci, spremere il sapore e il gusto, attraverso i piedi, quindi anche attraverso le difficoltà e spesso sono anzi proprio queste che ci aiutano a vincere le cose.
I vestiti del notaio
Un altro racconto che mi ha particolarmente coinvolta è “i vestiti del notaio”, dove le fantasie e le supposizioni diventano realtà.
Il notaio come metafora della vita lussuriosa e del voyeurismo che esso fa sperimentare alla giovane coppia che prova gli abiti che lui “indossava”. Abiti di lusso, da signora d’alto borgo, o così ci viene fatto intuire.
La coppia trova in quegli abiti e nel gesto di calzarli, la riscoperta del nuovo punto di vista. Lei che anche quando scopre la verità decide di tenerla per sé, perché sa che la lussuria non sarebbe la stessa se il marito sapesse. Ah, l’ingegno femminile, dolce dote!

E quella finestra che il marito lascia ingenuamente aperta e che gli permette di scoprire il baule con gli abiti, chissà se avesse agito diversamente, se la curiosità non lo avrebbe prima o poi, comunque portato a scoprirli.
«Incuriosito guardò meglio. In cima alla pila degli indumenti c’era un abito di pizzo di finissima fattura, color panna. Il taglio non era propriamente elegante , sembrava casomai un abito da cocotte, una cosa da cabaret.»
La tensione che nasce quando lei lo prende tra le mani e vuole indossarlo, perché sente che alimenterà quella frenesia dolce.
«Tania scherzava appoggiandosi addosso ora questo ora quel vestito, finché non ne vide uno che la suggestionò più degli altri. Era rosso fiamma, di raso lucido e liscio, appena segnato sulle linee della piega, che scivolava tra le dita come olio tiepido.»
La scoperta infine del vero utilizzo degli abiti, che Tania tiene per sé, è uno dei momenti in cui il sorriso ti nasce spontaneo, la capacità di catturare in un piccolo dettaglio qualcosa di così grande da non poterlo dire.
Beatrice
Beatrice Cenci, è uno di quei racconti che insieme a Elena di Troia ti fa dire; cavolo, ma perché non l’ho letto prima?
Ti trasportano entrambi in un limbo tra passato e presente che ti fa vivere al fianco delle protagoniste che come eroine moderne ci raccontano un pezzo della loro vita dove tutto cade a pezzi.
Beatrice che è stata condannata a morte per il crimine commesso e che negli ultimi istanti di vita racconta di come sia iniziato tutto e ci fa intuire che il vero cattivo della storia non è proprio lei. Ma essendo una donna la colpa ricade su di lei come un cappello ben calzato.
«Il mio nome è Beatrice, ma è tutto quello che possiedo di mio. Se mi chiedessero come vorrei essere ricordata è questo che direi: Beatrice, Beatrice e basta. Perché per il resto sono io cosa posseduta. Tra il mio nome e il mio cognome c’è la differenza tra chi sono e di chi sono.»
La fede di Beatrice, analfabeta, sta nella parola del Signore:
«Sono donna, non mi hanno dato di saper leggere e il Vangelo l’ho udito solo in chiesa, eppure io ricordo che Nostro Signore amato dice: Non chiamate nessuno padre su questa terra, ché uno solo è il padre vostro che è nei cieli. Uno solo, Santità, uno solo, Santo Padre. Perché voi due dunque fate vostro questo nome che è di Dio?»
La preghiera alla fine, in dialetto stretto, è un colpo potente. La protezione che Beatrice chiede non è per sé stessa, è per il suo bambino.
Il calo di pressione
«E l’unica cosa che Gianna sapeva del futuro quando era una ragazza era che non voleva diventare una domestica.»

È così che inizia il racconto “Il calo di pressione”, forte metafora sociale ci narra di una donna che finisce proprio per fare la domestica, o meglio, la donna delle pulizie in un poligono di tiro. Durante il racconto lei inizia a soffrire di cali di pressioni, così ci vengono presentati i suoi momenti di estrema debolezza, finché alla fine non viene licenziata e si ritrova a guardare il cielo e rivolgersi al Cielo.
In entrambi i racconti, il corpo delle protagoniste diventa una sorta di prigione o di confine. In “Anna della Pioggia”, la pioggia simboleggia un senso di inevitabilità e di solitudine, come se Anna fosse costantemente immersa in un ambiente che non può cambiare. Nel racconto “Il calo di pressione”, invece, la protagonista sperimenta un senso di oppressione fisica che va oltre il corpo stesso, un calo che riflette il suo stato emotivo e psicologico. Entrambi i personaggi lottano con la loro condizione di distacco e di sofferenza, ma mentre Anna sembra essere intrappolata in un mondo che non riesce a sfuggire, nel secondo racconto l’aspetto fisico del “calo di pressione” diventa il segno di un indebolimento generale, sia fisico che psicologico.
Il malessere è direttamente fisico. Gianna, la protagonista, si trova ad affrontare un vero e proprio calo di pressione, un fenomeno che, sebbene fisico, ha una forte risonanza emotiva. Questo “calo” diventa la metafora di un momento di stallo, di crisi interiore. Il corpo si fa carnefice, esprimendo un disagio che può essere legato a una crisi più profonda, forse anche esistenziale.
La direttrice d’orchestra
La direttrice d’orchestra, come figura che comanda l’armonia e l’equilibrio, diventa un simbolo di controllo e ordine in un mondo altrimenti caotico e imprevedibile, come quello descritto nel racconto. Se Anna è una figura che lotta con la sua condizione di solitudine e di impotenza, la direttrice d’orchestra è invece una donna che ha il potere di dirigere e di controllare l’ambiente intorno a sé. Mentre Anna è in balia della pioggia e delle sue emozioni, la direttrice d’orchestra, simbolicamente, sta nel posto di comando, stabilendo la direzione della musica, della vita, e forse anche della società.

La direttrice d’orchestra può essere vista anche come una figura che sfida le convenzioni sociali. In una società patriarcale, una donna che occupa una posizione di potere come quella di direttrice d’orchestra è un’eccezione, un esempio di realizzazione delle proprie ambizioni, una figura che non si arrende al ruolo che la società cerca di imporre.
Non è solo una figura di comando, ma la sua arte si collega anche a un’idea di armonia. Mentre Anna vive immersa nella pioggia e nella solitudine, una condizione che non sembra offrirle alcuna possibilità di cambiare, la musica dell’orchestra, diretta dalla direttrice, è una metafora di un mondo in cui ogni cosa ha un suo posto e una sua direzione. La capacità di dirigere la musica riflette la possibilità di determinare il proprio percorso, di orientare la propria vita, mentre Anna è incapace di fare lo stesso.
Morgana
Morgana è una figura che, nel contesto di “Anna della Pioggia”, rappresenta un ideale di libertà e di esistenza che si oppone alla condizione di Anna. Appare come una donna che sembra vivere senza le stesse costrizioni che segnano la vita di Anna. La sua figura evoca la forza, il desiderio di emancipazione e una sorta di vitalità che contrastano con la passività e il senso di solitudine che Anna vive nella sua esistenza. Morgana non è solo un personaggio, ma anche una sorta di archetipo della donna che ha il controllo su di sé e sulla propria vita.

Il nome Morgana richiama fortemente la figura leggendaria della maga Morgana Le Fay della tradizione arturiana, un personaggio che ha poteri straordinari e che, in alcune versioni della leggenda, è anche una figura ambigua, capace di manipolare il destino degli altri. Questo collegamento al mito suggerisce che Morgana nel racconto rappresenti non solo la forza e la libertà, ma anche una certa ambiguità. Come la Morgana leggendaria, la Morgana del racconto potrebbe essere una figura che ha un potere su di sé e sul mondo che la circonda, ma che non è del tutto priva di contraddizioni o di oscurità.
Sebbene Morgana non sia un personaggio centrale, la sua presenza è fondamentale per comprendere meglio la psicologia di Anna. La figura di Morgana potrebbe rappresentare l’ideale di una vita che Anna non riesce a vivere, ma che desidera segretamente. La sua vitalità, la sua indipendenza, e la sua libertà d’azione potrebbero essere ciò che Anna sogna di diventare, ma non riesce a raggiungere. Morgana, in questo senso, diventa una sorta di proiezione delle aspirazioni di Anna, una versione di sé che potrebbe esistere se Anna avesse la forza di cambiare.
La sua figura è anche un riflesso delle possibilità di autodeterminazione per le donne, soprattutto in un contesto sociale in cui le donne spesso vivono confinamenti e aspettative rigide. Morgana, essendo capace di “uscire fuori” da queste convenzioni, offre uno spunto di riflessione su come la condizione femminile, pur essendo difficile, possa anche essere una potenziale fonte di potere e di libertà se vissuta senza paura.
Le altri madri
La madre biologica di Anna non è un personaggio visibile nel racconto, ma la sua assenza e la sua figura non detta sono cariche di significato. La maternità, in generale, è un tema che viene rielaborato attraverso l’assenza o la difficoltà di Anna nel creare legami solidi e soddisfacenti. Non si fa mai esplicito riferimento alla madre di Anna, ma è evidente che la protagonista non abbia avuto un modello materno su cui fondare la propria visione della femminilità e della vita. La pioggia e la solitudine che circondano Anna possono essere visti anche come il risultato di questa “assenza materna” o di un mancato sostegno che la donna avrebbe potuto trovare in una figura materna positiva.

Al di là della madre naturale, le altre madri nel racconto sono figure che rappresentano il sostegno, ma anche la difficoltà di accettare la maternità in un mondo che sembra non offrire spazio per una reale crescita e realizzazione femminile. Queste figure “alternative” includono, ad esempio, donne che, pur non essendo madri biologiche di Anna, fungono da guide, riferimenti o persino da ostacoli per il suo cammino.
Morgana, già discussa precedentemente come figura simbolica, potrebbe essere vista come un’altra “madre” simbolica di Anna. Anche se non madre nel senso concreto del termine, la sua indipendenza e la sua forza rappresentano un modello alternativo di femminilità che Anna potrebbe aspirare a incarnare. Morgana, con il suo coraggio e la sua forza di volontà, si pone in contrasto con l’immagine di una madre tradizionale che potrebbe tendere a “proteggere” o limitare, ma che allo stesso tempo rappresenta una versione di vita che Anna non ha mai conosciuto.
Un’altra “madre” da cui Anna è influenzata è la madre sociale, rappresentata dalle aspettative culturali e sociali nei confronti della femminilità. La società, con le sue regole, è una figura materna che si impone su Anna, costringendola in uno spazio ristretto, senza un reale supporto alla sua crescita come individuo libero. Le donne che si conformano a questo modello “materno” sociale e convenzionale rappresentano un altro tipo di figura femminile di riferimento che Anna potrebbe non voler imitare, ma che, al contempo, non può evitare di subire.
La società stessa, quindi, diventa una madre autoritaria e rigida, che limita le possibilità di libertà e autorealizzazione della protagonista.

Ogni racconto racchiude dentro di sé una storia più profonda e un forte desiderio di rivalsa nel mondo esterno, attraverso la sua scrittura Michela ci regala attimi di vita quotidiana e della vita che i suoi personaggi sperimentano. Come non perdersi nei meandri della sua scrittura infinita e memorabile?
Il mio voto è senza dubbio un bel
5/5
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-Lis




One Comment
Anonimo
Molto significativi bei racconti espressivi il mio voto è 10