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Madame Bovary; gli estremi dell’affetto

Madame Bovary e la legge dell’amore nullo

Cari lettori,

Ho letto Madame Bovary, classico della letteratura francese, del leggendario Gustave Flaubert.

Pagine: 384

Editore: Feltrinelli (UE Classici)

Trama: Madame Bovary racconta la storia di Emma Rouault, che sposa il medico di provincia Charles Bovary, ma si sente presto soffocata dalla mediocrità della vita del marito, cercando evasione in amanti (Léon e Rodolphe) e spese eccessive, cadendo in una spirale di debiti che la portano alla disperazione e al suicidio con l’arsenico, distruggendo anche la vita del marito, che muore di dolore dopo aver scoperto i tradimenti. Il romanzo è un capolavoro del realismo che critica la superficialità borghese e l’inconciliabilità tra sogni romantici e realtà.


Madame Bovary è il ritratto di una società attenta più all’apparenza che alla naturalità delle cose.

Emma, la signora Bovary, la figlia di un coltivatore, nata dalla campagna. Emma è quella che si definirebbe una ragazza triste. In lei figurano tratti alquanto abbozzati. Per quanto contrastante, l’ho amata. Una donna che non sembra sapere cosa vuole, o meglio, lo sa ma non può ottenerlo eppure non fa che chiedersi come raggiungere quella famosa vetta.

È alla ricerca dell’amore, dell’amore vero, quello che la fa arrossire, che possa dare un senso alla vita che conduce. 

Moglie, madre, figlia.

Sempre all’ombra di un uomo che non ha carattere, che acconsente ad ogni sua scelta come un pesce rosso, a bocca aperta. Emma rincorre un sogno dopo l’altro, con ideali che sfociano, si strappano, si allargano. Il debito che la soffoca alla fine, sembra un vero e proprio risultato del casino in cui si è cacciata. Ha annodato una corda stretta stretta e piano piano tirava il filo. Correva qua e là, sgusciava da un lato all’altro e quando la corda l’ha intrappolata, si è ritrovata a fare i conti con tutte le sue piroette. Forse non avrei dovuto farle, sembra pensare mentre si dispera e corre a chiedere aiuto. Ai suoi amori, ai suoi “amici”, a quei paesani che sembrano trarre diletto dalla figura di lei in difficoltà.

È come una giostra. L’intera vicenda è una giostra.

Emma è il punto cardine e tutto gira attorno a lei. 

Il tutto dipinto su uno sfondo francese, su una cittadina che sembra rappresentare una vera e propria società. È un po’ come nella “Fattoria degli animali” di George Orwell. I personaggi altro non sono che schizzi di colore, caricature in cui inculcare altri insegnamenti. È la raffigurazione di una società sul lastrico, ma che gioca a tenersi in equilibrio su un filo sempre più sottile. A volte cadono quelli che sono in bilico, altre quelli che sono al sicuro nella parte più vicina alla terra ferma. Perché il terremoto loro non se lo aspettano. 

E poi c’è Charles, il suo tapparsi gli occhi davanti a qualunque indizio, non il non far caso a nulla.

Charles, figura controversa, titubante, timorosa, stacanovista, amante dell’amore leggero, della vita monotona.

E c’è Gustave Flaubert che riversa in quest’opera il suo genio intellettuale. Il pensiero di quest’uomo è uno di quelli che mi ritrovo a condividere. Non è raro che si legga – detto da lui “Madame Bovary c’est moi!” e questo possiamo dire che lo intendeva davvero.

Emma è uno di quei personaggi che si ama o si odia.

È raffinata, ambigua, moralista, concentrata sulla vita che scorre, cerca di metterne un freno ma tutto quello che riesce a fare è scivolarci dietro. Per tutta l’opera sembra percorrere un sentiero che le si stringe e allarga attorno in base al suo sguardo. Per non parlare poi dei suoi occhi, della tonalità che cambia ad ogni nuova parte. Emma ha occhi grandi, sua figlia ha occhi grandi. 

Berthé, una bambina al margine della pagina che sfuma tra le varie vicende. Charles è troppo concentrato sul tenere gli occhi ben chiusi, Emma è troppo presa dalla ricerca costante di qualcosa di più, e quella povera bambina cresce tra ombre e assenze. Nella fine del romanzo, quella che ha sofferto di più, è lei. Non è una gara, ma una semplice constatazione. Berthé, dopo la morte della madre, del padre e della nonna, si ritrovava a lavorare in una fabbrica, condividendo il tetto con una zia.

E a questo punto può venire da chiedere; Berthé è una nuova potenziale Madame Bovary? Perché è lei che alla fine ci rimette tutto quello che ha. 

Charles, personaggio che fa arricciare il naso, Léon, il primo amante della signora Bovary, Rodolphe, il farmacista, il parroco, la locandiera, il servo, l’apprendista, il commerciante. È tutta una società che ficca il naso in casa altrui, che si rallegra quando uno dei vicini cade o perde, che storce il naso quando non sono loro stessi a vincere. Perfino i bambini sembrano assimilare colpe. I figli del farmacista, alla fine, agli occhi disperati del signor Bovary, sembrano perfetti, come mai potrà esserlo Berthé.

La figlia che lui osserva solo dopo la morte di Emma, donna che ha senza dubbio amato con tutta la testa. A modo suo, tuttavia. È un amore di superficie quello che Charles manifesta. Un amore che non basta a Emma, la quale si abbandona tra braccia di uomini che sembrano nascondere di più. Questa famosa ricerca dell’oltre, del piacere dell’attesa. 

La signora Bovary si annoia, si rammarica, si deprime quando ottenuto quello che aveva sognato, scopre che oltre non c’è di più. Ne è un esempio quando dopo un periodo della relazione clandestina intrattenuta con Léon, lei inizia a vedere i loro incontri come impegni matrimoniali, non tanto diversi da quelli che è obbligata a condividere con Charles. 

E c’è questo marito. Il signor Bovary. Figura che già all’inizio pare insicura, frivola, inattendibile. I genitori lo mandano a studiare medicina, lui dopo aver valutato la difficoltà, si arrende alla sconfitta, non lotta, non si dispera, non piange. Sperpera i soldi di famiglia in scommesse e giochi, solo alla fine, nel vedere la delusione negli occhi della madre figura particolarmente importante, che possiamo senza dubbio ricollegare alla scelta di prendere Emma in moglie – fa il minimo necessario per passare gli esami e diplomarsi. Il mestiere di medico su di lui non fa una piega. 

Personaggi che Flaubert tratteggia e ci lascia scorgere da diverse angolazioni. Ho trovato che in tutto il villaggio ci fosse una specie di legame a quello che adesso, accade realmente nelle piccole città.

Madame Bovary non è solo Emma.

Ce ne sono tre, quattro, se contiamo anche la precedente coniuge di Charles, ma il romanzo resta incentrato su una sola. Non è tanto la ricerca dell’amore che caratterizza Emma e l’opera in sé, quanto un sentimento ricorrente di disprezzo, di volgarità, di indifferenza alle vicende altrui. Perfino dopo che Emma muore, gli altri se ne curano poco. Perfino la domestica lascia Berthé a sé, non le rattoppa i vestiti, non gioca con lei. È impegnata a pavoneggiarsi nei pochi abiti di Emma che Charles le ha concesso di prendere.

Perfino il farmacista fa di tutto per salvarsi la pellaccia e pur di guadagnarci, scrive di quella storia sul giornale.

Delizioso l’accenno alla vicenda che ha poi portato l’autore stesso a scrivere quest’opera di cui lui lesse su un quotidiano. 

Leggendo il testo in lingua originale si può notare che Flaubert non si è limitato ad un’attenta realizzazione. No, lui ha reso musicale ogni frase. Ha fatto sì che ogni verbo aggiunto fosse una vera e propria risonanza di un altro. Musicalità.

Molto accorto nella forma, nella prosa, nella stesura. Da uno che affermava che l’arte è l’elevazione massima di una persona, non potevo che aspettarmi questo.

Ci sono addirittura pagine sarcastiche. Come i vari battibecchi – sempre in momenti lugubri – tra il farmacista e il parroco. L’uno si basa sulla scienza, l’altro sulla religione e più che parlare di cose a sé, sembrano dipingere un ritratto di quello che si svolge ogni giorno quando queste due teorie vengono a contatto. D’altronde anche Emma non ha fatto altro che confrontare la vita su due diversi fronti. Rincorrere prima questo, poi quello.

Léon e Rodolphe, due personaggi totalmente differenti. Anche se commettono lo stesso “crimine” agli occhi di Emma, è proprio la stessa a considerarli del tutto differenti. Léon è un sognatore, uno che alla fine si rivela come suo marito. Perfino i loro primi incontri sono velati, rimandano un po’ a Paolo e Francesca, al loro leggere Lancillotto. Al fior di luna, con i due di troppo che già dormivano. Rodolphe è – a pelle – innamorato solamente della bellezza di Emma, della sua malinconia, del cipiglio che tiene in volto. Ma non la può sopportare quando lei si addolcisce, quando parlano di amore, di futuro. La tiene per sé come un pasticcino da mangiare a più riprese.

Quando infine inacidisce, la scansa con una pomposa lettera.

Già in quel momento, in lei nasce il bisogno di farla finita. È l’infelicità che la spinge verso una via di fuga. Per Emma una vita senza obiettivi, senza ricerca, non è degna di essere vissuta. Infatti, nel capitolo successivo si ammala di un’apatia che a tratti rappresenta una grave depressione. Non può sopportare la vista della panchina sulla quale sedeva con lui, dell’angolo del giardino nel quale si incontravano. Si aggrappa allora alla fede, diventa docile, senza passioni, senza fuoco.

Mette da parte la ricerca per concentrarsi su un cammino già scritto. La fede. Dura poco questo suo viaggio moralistico. Alla fine pecca di nuovo.

Riempie la casa di oggetti nuovi; tappeti, piatti, tendine, nuovo vestiario, biancheria. Tutto sembra volerci far capire che Emma sta tornando nuova, che sta di nuovo provando a riempire un vuoto nel petto e nella testa con una disperata ricerca. Di più, di più, di più. Non si ferma neppure davanti alle cambiali che arrivano, all’avviso di pignoramento, alle minacce, ai sotterfugi. Corre a chiedere aiuto, piange, si dispera, pensa che si risolverà tutto, ma quando capisce che non sarà così, si arrende.

Non ci prova neppure a rivolgersi al marito, lo reputa ancora una volta, un completo inietto. Un pupazzo senza spina dorsale, eppure innamorato di lei. 

È stato detto di Charles che è un masochista morale, indotto a questa condizione dalla madre. Ma più che questo, mi sembra un uomo che prova un vero e proprio attaccamento ansioso. Lo vediamo quando perde Emma, le crisi quando scopre che lei lo tradiva e neppure allora gliene fa una colpa. Lo vediamo piangere alla sua morte, ma al funerale non importa secondo me, quanto detto dal farmacista sul farsi forzaaccenna saluti a tutti quelli che si uniscono al corteo funebre.

Emma è circondata da uomini senza spina dorsale, succubi di un destino che pare già aver scritto le loro fini, stretta in una vita che non vuole. Il matrimonio le è sempre parso lo sbaglio più grande. Ma in fondo, nessuno l’aveva avvertita. Ha passato la vita in collegio, tornata a casa la vastità della campagna non ha fatto altro che farle desiderare essere costretta in mura più piccole qualcosa che contenesse il suo animo inquieto.

Emma non è una donna isterica, è solo una donna scontenta. 

Che prospettive aveva? Quali escamotage poteva arrivare a compiere pur di vivere qualche anno in più? In una società in cui le donne erano ben viste se rinchiuse in casa e vestite a festa per andare in chiesa con i figli attaccati alle sottogonne, come poteva Emma non uscire dallo schema?

È inoltre, una donna animata dalla passione, dalla volontà delle cose, dei sentimenti, delle emozioni. Emma si innamora di getto, vive la vita come se ricominciasse, inizia a vacillare, trema, si perde nel baratro, torna su. Madame Bovary, è un nome che le sta stretto, che le fa venire mal di testa. Lo associa a suo marito, alla madre di lui, eppure Emma non sarà mai davvero la signora Bovary. Giocherà troppe volte ad associare il suo nome al cognome di altri, alla vita di altri. Emma e basta, dovrebbe bastare.

Concludo dicendo quello che molti critici prima di me hanno già ribattuto; Madame Bovary è tutto tranne che una storia d’amore.

Se la recensione vi è piaciuta condividete e lasciate qualche commento,

Alla prossima,

-Lis

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